Claudio Cintoli e l'Iperrealismo
della Natura-Dio
Nelle opere iperrealiste la natura rappresentata non ha più peso gravitazionale, ma agravitazionale, esse sono galassie in espansione: sono nature morte fuori dal tempo, ma con una tecnica pittorica rinascimentale [..dal diario di Lunedi 28 Dicembre 1970].
Oggi progettare, scegliere di progettare, operare, scegliere di operare è estremamente differente da soli 15 anni fa, oggi siamo entrati in una fase estetico/esistenziale (per usare un vecchio termine)
che potrebbe definirsi agravitazionale, ossia dobbiamo riadattarci, riapprendere ad usare i mezzi espressivi in questo nuovo stato di lievitazione psicologica.
Non è vero che l'Arte è morta, è solo sfalsata ossia non è più soggetta alla gravitazione terrestre e quindi ha perso la sua misura antropomorfica, la sua
perpendicolarità, bidimensionalità, formalità, geometricità euclidea e compositiva.
Noi stiamo ancora usando vecchi mezzi per vecchi fini;
i mezzi possono rinnovarsi solo se usati a nuovi fini..
Oggi l'artista dovrebbe far crescere le piante della propria immaginazione in serre intergalattiche, con l'attenzione e la cura
di un cosmo botanico dove tutte le parti sono reversibili (le foglie sono radici e viceversa)
ed intercambiabili, dove il dettaglio si riversa
nel tutto e così via [dal diario del 22/2/73].
Bloccare e cristallizzare tutte le azioni spese a vivere con la morte e a morire nella vita.
Forse nell'Iperrealismo c'è anche questo macabro gesto di congelare ogni possibilità di resurrezione, di ibernare i gesti, di geologizzare le attese e qualsiasi dinamismo dei moti psicologici. Forse nell'Iperrealismo c'è la lapide del fare pittorico, il silenzio sull'innominabile,
la fissità dei ricorsi, l'ipnosi visionaria delle pervisioni incombenti, l'ultimo documento
di un futuro vissuto al passato.
La scelta iconografica è come il primo abbraccio (vorremmo che fosse eterno) e l'ultimo addio (vorremmo non distaccarci mai dall'oggetto del nostro amore/odio).
La scelta iconografica è insulsa, limitata e ottusa come ogni vita individuale, che ognuno, chiuso nel proprio egoismo, reputa irripetibile e unica, vita che si immobilizza nel feticcio impersonale, quando il ciclo s'arresta nello zenit glaciale della totalità.
Non ho fatto della pittura, ho solamente cercato di visualizzare un coagulo tra campo e immagini: bloccare i due termini in una sorta di nodo ibernato.
malgrado tutto mi sono reso conto che, se visivamente
il campo è limitato e limitabile, ogni intervento della mente su di esso torna ad espanderlo al di là di qualsiasi volontà o costrizione ibernante [Roma, 15 Dicembre 1975].
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